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Imparando la lingua cinese

Imparando la lingua cinese
giugno 24
15:59 2016

Chiediamo sempre a chi arriva nel nostro paese da fuori di imparare la lingua e di adattarsi alla nostra cultura. Non c’è nulla di male in questo, anzi, ma siamo anche noi disposti a fare qualche passo verso di loro? Conoscere gli altri, cercare di andare incontro a chi arriva da lontano per capire perché si comporta in un quel modo, perché parla usando espressioni difficili quando non assurde, e perché ha un approccio ai problemi radicalmente diverso dal nostro non mette a rischio le nostre tradizioni, e in ogni caso è almeno un modo per evitare incomprensioni che rischiano di sfociare in diffidenza e razzismo.

L’associazione Arcobaleno di Rimini, che svolge iniziative di vario genere per immigrati, ha organizzato un corso di 7 lezioni di approccio alla lingua e cultura cinese rivolto ad insegnanti e operatori del terzo settore. Sette incontri, di circa tre ore l’uno, per avvicinarsi ad un mondo che, per quanto meno lontano di un tempo, quasi a portata di mano, rimane ostico, distante, spesso alieno. Eppure queste quasi 20 ore di lezione hanno permesso a una trentina di altre persone – soprattutto maestri di scuola e professori – di scalfire la superficie di un mondo col quale, volenti o nolenti, dobbiamo confrontarci.

La prima cosa che si scopre sull’emigrazione cinese è che la quasi totalità di persone arrivate in Italia e in Europa dalla seconda metà del XX secolo viene dalla provincia di Zhejiang, nel distretto di Wenzhou. Una piccola provincia orientale, sul mare. La migrazione cinese in Europa comincia durante la prima guerra mondiale, quando la Francia recluta 100mila persone di Qingtian (provincia di Zhejiang, appunto), per lavorare alle trincee. Quando poi, alla fine degli anni 90, si riaprono i flussi migratori, le persone tendono ad andare nei paesi dove si trovano già parenti, amici o persone della stessa comunità. In seguito in Italia arriveranno anche dalla vicina città di Sanming e da Shenyang.

Se pensiamo alla vastità della Cina, grande come tutta l’Europa, e poi realizziamo che la maggior parte degli emigranti in Italia viene da un’unica provincia, ci rendiamo conto di non sapere molto sul loro mondo. Quando parliamo di cucina cinese, di tradizioni cinesi, di modi di comportarsi, quello che deduciamo dalle nostre frequentazioni con i cinesi in Italia riguarda solo le tradizioni di una piccola provincia. E cominciamo a sfatare i luoghi comuni, a partire da quelli più “innocui”: non è vero che nella cucina si frigge tutto, non è vero che mangiano solo riso, non è vero che vivono tutti in condizioni di estrema povertà. La cucina varia da zona a zona. Nel nord, ad esempio, c’è molto più utilizzo di grano che di riso. E le fritture? Molti cuochi dei ristoranti cinesi in Italia si sono improvvisati – come se qualsiasi italiano aprisse un ristorante in giro per il mondo, magari il minimo sindacale lo raggiunge, ma non è certo uno chef – e la prima regola della cucina di tutto il mondo è che fritto è buono anche il legno.

Ma è vero che mangiano i cani? E’ vero che uccidono le bambine appena nate per avere maschi? Anche in questo caso si scopre che le dicerie sono cresciute molto, troppo rispetto alla realtà. Nel periodo in cui era in vigore la legge che imponeva un solo figlio sono avvenuti casi del genere nelle campagne, ma si parla sempre di zone arretrate, spesso povere, e comunque di casi isolati, non sufficienti per parlare di tendenze. Stessa cosa per il consumo di carne canina. C’è una zona, nella Cina centrale, dove in piccola parte si è conservata questa tradizione, ma diminuisce di anno in anno.

Ma si scopre anche che spesso i bambini non rispondono in segno di rispetto, che la tradizione vuole che non si scartino i regali in presenza di chi li ha offerti, che difficilmente si contraddice in pubblico e che, se possibile, non si risponde mai di no. Le vecchie generazioni soprattutto sono molto riservate, chiuse, poco espansive. Le gerarchie sono importanti, così come il rispetto. Le relazioni sono molto forti e non si prendono alla leggera. Entrare in una famiglia è un onore, ma anche un lavoro.

Si può cominciare un dialogo con 请问 (pronuncia qǐngwèn) mi scusi, una domanda, e chiudere con 谢谢 (pronuncia: xièxiè) grazie e 不客气 (pron: Bù kèqì) non c’è di che, sei il benvenuto.

Il saluto 你好 – Nǐ hǎo equivalente al nostro salve ormai sta entrando nell’uso comune. Ma quando ci si separa si preferisce 再见 (zàijiàn) arrivederci

Tutte piccole cose, ma che aiutano molto quando si deve dialogare con un bimbo o una famiglia cinese. E sicuramente, così come il rispetto da parte di un migrante delle regole di buona condotta del paese ospitante ci mette in buona disposizione nei suoi confronti, lo stesso vale se noi ci sforziamo di rendergli la vita un po’ più facile, cercando di capire il suo comportamento.

“Il corso si è rivelato molto interessante, soprattutto illuminante per un insegnante che ogni giorno si trova a doversi relazionare con bambini e famiglie di origine cinese” racconta un professore che ha frequentato il corso.

“Il corso è stato utile e interessante. La presenza di un’insegnante madrelingua è stata fondamentale per avere informazioni e precisazioni sulla mentalità e lo stile di vita cinese. In quanto insegnante mi è servito per capire meglio alcune difficoltà degli alunni cinesi nell’apprendimento dell’italiano”.

Tutti i commenti sono di questo tenore e contengono tanti complimenti per le due insegnanti Elena Lizzo e Shi Shio Mien che ci hanno accompagnato nella comprensione delle tradizioni cinesi e della lingua (facile da un punto di vista grammaticale, tremendamente difficile per la pronuncia e il tono delle parole), passo passo, permettendoci non solo di imparare, ma soprattutto di capire.

“Il Corso è stato molto interessante – conclude un insegnante – ho scoperto una cultura nuova di cui non sapevo di sapere così poco”.

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