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Educare con i media

Educare con i media
giugno 24
15:57 2016

“Se non usi delle brutte parole nessuno ti ascolta”: è una delle frasi più condivise dagli adolescenti incontrati in questo nuovo anno di lavoro nell’ambito del Protocollo per la comunicazione interculturale discutendo di social network e della possibilità di scambiare opinioni. Essere cittadini attivi sui social comporta il fermarsi a riflettere sul dibattito pubblico d’attualità, sul linguaggio usato, sulle fonti citate. Abbiamo chiesto a quasi 200 studenti perché si scrive e si usa un linguaggio così forte. Alcune risposte:

- Secondo me a volte scrivere così è sinonimo di essere ascoltati. Se le cose le dici in maniera forte rimangono, altrimenti passano nel dimenticatoio.

- È un modo per sentirsi grande…

- Secondo me su alcune cose si esagera, a volte delle persone vedono che la massa ha un pensiero, allora scrivono la stessa cosa, altrimenti in gruppo, o persino a voce, le cose non le direbbero in questo modo.

Da qui al discorso d’odio il passaggio è stato rapido: non ci aspettavamo che gli studenti avessero così tanti argomenti, esempi, aneddoti, casi e situazioni da raccontare. Speravamo si trattasse di anticipare un’emergenza educativa, di muovere i primi passi per sperimentare attività didattiche coinvolgenti capaci di far provare emozioni e maturare consapevolezze.

Avevamo analizzato il tema/problema dell’hate speech e della media education in un seminario residenziale realizzato a Bellaria Igea Marina il 4 e 5 settembre 2015 e che aveva coinvolto più di 30 operatori dell’Emilia-Romagna: si è trattato di docenti, animatori interculturali, mediatori culturali e operatori dei Centri giovanili. L’intervento principale del seminario è stato quello del Prof. Luigi Alfieri dell’Università di Urbino che ha tematizzato il “discorso d’odio”.

Alfieri, nella sua relazione, ha analizzato l’odio come atto comunicativo a partire da alcuni capisaldi:

- l’odio può diventare un perno identitario: si è insieme perché si odia qualcuno;

- l’odio è una relazione, un rapporto che riguarda sia le persone, sia le collettività. Si tratta di una doppia relazionalità: ci sono “coloro che odiano insieme” (reciproco riconoscimento, alleanza, diritto di esistere, l’odio legittima l’esistenza della comunità); e coloro che “sono odiati” (rifiuto del diritto di essere ciò che si è, rifiuto di dare valore alla persona, “non meriti di esistere”).

L’odio non vuole essere innocuo, non è innocente. L’odio è sempre colpevole.

Non ci sono mai buoni motivi per odiare.

Nessuno di noi ne è immune.

Sono state forti e profonde le parole di Alfieri che ha proposto agli operatori emiliano-romagnoli di pensare quale potesse essere la “differenza disturbante” o “differenza radicale” che vediamo nell’altro e che rischia di essere alla base del discorso d’odio.

“La tua presenza è un attentato vivente alla mia normalità”: questo sembra essere uno dei possibili atti linguistici dell’odio.

Qual è oggi questa “differenza radicale”?

E’ fondamentale che i ragazzi e le ragazze si rendano sempre più conto della complessità

dell’abitare i mondi virtuali. Il piacere del raccontarsi e del mostrare esperienze e competenze, le nuove amicizie, i diari collettivi che si costruiscono a partire dai tanti post condivisi non sono la sola faccia della medaglia.

Bullismo, discorso d’odio, razzismo, offese sono fenomeni che sempre più si è chiamati a gestire. La responsabilità individuale deve attivarsi, occorre rinforzare la costruzione di un’etica delle relazioni.

Il percorso proposto, di 10 ore, ha permesso alle classi di scuola secondaria coinvolte di sostare su temi così delicati affinché potesse attivarsi una maggiore consapevolezza e riflessione.

Le tante attività sperimentate ora diventeranno un manuale per educatori e insegnanti che sarà disponibile dal mese di settembre. Il lavoro realizzato verrà anche presentato in un convegno nazionale promosso con l’Università di Modena e Reggio Emilia che a ottobre proporrà una riflessione sui temi del diritto, dell’educazione e dell’hate speech con un’attenzione specifica al mondo dei giovani e della scuola.

Alessandra Falconi – Centro Zaffiria

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La rete MIER è un network, che raccoglie le testate, i siti web, le iniziative radiofoniche e televisive di comunicazione, realizzate da cittadini di origine straniera o gruppi misti nella Regione Emilia Romagna. L’ obiettivo della rete MIER è la promozione de la comunicazione interculturale come strumento di crescita civile per lo sviluppo di una società inclusiva. Forte della sua rete di collaboratori ed esperti diffusa al livello territoriale, la rete MIER opera nel settore della comunicazione, dell’ editoria e dell’ organizzazione di eventi tutti a valore aggiunto per le istituzioni, imprese ed associazioni.

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