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L’odio non è un’opinione

L’odio non è un’opinione
maggio 06
03:55 2016

“Olee, 700 in meno!” “Nessuno li ha chiamati, speriamo nel mare grosso sempre” “Si temono 700 morti… io avrei temuto di più 700 vivi da mantenere!” “Non ci credo… Troppo bello per essere vero”. La più grande strage nel Mediterraneo, il 18 aprile 2015, un anno fa, con oltre 700 persone annegate nel tentativo di raggiungere l’Europa, diventa l’occasione per l’esplosione dell’odio razzista online. Dietro una tastiera o uno smartphone “legioni di imbecilli”, secondo l’efficace definizione di Umberto Eco, sfogano rabbia e violenza nei commenti alla notizia della strage, che dalle agenzie di stampa rimbalza nei siti e infiamma i social.

Il tema della diffusione dei discorsi d’odio in Italia e del suo contrasto è all’attenzione dell’opinione pubblica e dei decisori politici ormai da qualche tempo, ma ha assunto una particolare rilevanza nel 2015, anno in cui i giornali europei hanno dovuto affrontare lo scenario di una delle più grandi crisi umanitarie senza riuscire, in gran parte, a restituire un’immagine corretta del fenomeno migratorio a livello globale e nazionale.
La ricerca pubblicata da COSPE nel marzo 2016 nell’ambito del progetto europeo (Italia, Belgio, Germania e Repubblica Ceca i paesi coinvolti) contro il razzismo e la discriminazione su web, “BRICkS” – Building Respect on the Internet by Combating hate Speech”, ha approfondito questo fenomeno tramite l’analisi di casi studio ed interviste a testate e testimoni privilegiati.
Il discorso d’odio non è un problema nuovo, ma è il suo impatto su Internet a dare nuovi motivi di preoccupazione. Nel 2014, l’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) ha registrato 347 casi di espressioni razziste sui social, di cui 185 su Facebook e le altre su Twitter e Youtube. A queste se ne aggiungono altre 326 nei link che le rilanciano per un totale di 700 episodi di intolleranza, con un trend in crescita per il 2015. L’analisi del contesto giuridico nazionale, degli organismi di tutela e della giurisprudenza restituisce un quadro ricco e controverso, contraddistinto dall’assenza di una normativa specifica sull’hate speech e da un dibattito aperto sul labile confine con la libertà di espressione.
Ma sarebbe riduttivo restringere il campo ai soli lettori e frequentatori di social. Dall’analisi emerge una caratteristica prettamente italiana, cioè la centralità degli slogan xenofobi ed affermazioni discriminatorie diffuse da personaggi politici, che troppo spesso vengono rilanciate ed amplificate dai giornalisti senza valutazioni di alcuna sorta.
Sul ruolo dei media e le nuove sfide a cui le redazioni devono rispondere si sono focalizzate le interviste che hanno coinvolto direttori, capi redattori e social media staff delle principali testate italiane (tra cui Repubblica, La Stampa, Il Fatto quotidiano) ed esperti come Associazione Carta di Roma, Unar, OSCAD – Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori.
Emerge la necessità di un ripensamento radicale del lavoro giornalistico nella nuova dimensione digitale, un lavoro che non si conclude più con la stampa/diffusione del pezzo, ma prosegue nel seguire il flusso delle conversazioni, cercando interazioni con gli utenti e raccogliendo spunti e tracce per nuovi articoli. Avere una policy definita per i commenti, con regole chiare alle quali i lettori si devono rifare, coinvolgere e valorizzare la community, usare l’ironia e l’auto ironia per smorzare i toni, contattare gli utenti in forma privata sono alcune delle strategie possibili per contrastare l’hate speech, che le testate stanno cominciando ad utilizzare. Ma uno sforzo maggiore è necessario. Da parte delle testate, dei giornalisti, dei lettori e anche dei proprietari dei social network. Una questione complessa come l’hate speech che non può che essere affrontata in maniera sistemica, con azioni che devono essere intraprese a vari livelli da tutti i soggetti coinvolti.
Iniziative come la Carta dei diritti di Internet approvata dalla Camera nel novembre 2015, la denuncia ai vertici di Facebook per la mancata rimozione di messaggi razzisti da parte del governo tedesco, le campagne di sensibilizzazione rivolte agli utenti del web, i percorsi di educazione ai media nelle scuole sono tasselli importanti di una strategia complessiva che mira a rendere il web un posto più sano e piacevole per tutte e tutti. Uno sforzo collettivo e plurale per attuare quelle promesse di libertà e partecipazione costitutive della Rete. “L’uso consapevole di Internet è fondamentale garanzia per lo sviluppo di uguali possibilità di crescita individuale e collettiva, il riequilibrio democratico delle differenze di potere sulla Rete tra attori economici, Istituzioni e cittadini, la prevenzione delle discriminazioni e dei comportamenti a rischio e di quelli lesivi delle libertà altrui.” Dichiarazione dei diritti di internet.
Alessia Giannoni – Cospe onlus

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