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Quando il razzismo è istituzionale

Quando il razzismo è istituzionale
dicembre 16
16:46 2014

Ciò che principalmente alimenta il razzismo è la competizione nello spazio sociale per risorse scarse, esacerbata da una situazione di crisi economica e contestualmente del welfare. O per lo meno, la percezione che tale competizione sia reale.

In una confortante logica di contrapposizione noi / loro, la paura e il conseguente odio nei confronti del diverso è in realtà paura e odio nei confronti del povero, la paura che loro sottraggano le nostre scarse risorse o, peggio ancora, che noi diventiamo come loro. Questo razzismo viene alimentato ad arte da chi, a fini politici, mette in giro notizie false su presunti diritti o benefici che spetterebbero agli immigrati: la favola dei 40 euro al giorno, così come la fantomatica precedenza nell’accesso a servizi come le case popolari o gli asili nidi.

Tutte notizie false, brandite da chi vuole accaparrarsi voti e bevute da chi si sente impotente e non trova altre risposte di fronte ai soldi che scarseggiano e a uno stato sociale che funziona sempre meno. Bisognerebbe rispolverare l’articolo 661 del codice penale sull’abuso della credulità popolare.

Nella realtà sono proprio gli immigrati non comunitari a essere discriminati in tanti settori della vita pubblica, a vedersi impedito l’accesso a servizi o opportunità riservate agli italiani o ai cittadini comunitari. I casi di discriminazione istituzionale, ovvero sancita da leggi dello Stato, sono innumerevoli, dalla mancanza del diritto di voto anche alle elezioni amministrative, all’accesso ai concorsi pubblici che solo di recente è stato allargato anche agli stranieri titolari di Permesso Ue di lungo soggiorno (che sono una minoranza di quelli regolarmente soggiornanti).

Altre discriminazioni avvengono proprio nell’accesso alle prestazioni sociali, cioè quelle che riguardano la popolazione più a basso reddito.
Ad esempio, non possono ottenere l’assegno di maternità di base le madri straniere non comunitarie disoccupate che non siano in possesso della Carta di soggiorno, del Permesso Ue oppure che non godano della protezione internazionale. Una minoranza. E solo la stessa minoranza può richiedere l’assegno per i nuclei familiari con almeno tre figli.

Un’altra discriminazione avviene per quanto riguarda i contribuiti a sostegno del pagamento dell’affitto. Qui, una legge introdotta nel 2008 dal governo Berlusconi (e mai abrogata) chiede ai soli cittadini non comunitari, a tutti, indipendente dallo status, di essere residenti in Italia da almeno 10 anni in via continuativa, o cinque in una stessa regione. Requisito che limita al minimo la platea di cittadini non comunitari che può accedere al bando.

Il paradosso è che tutte queste limitazioni contrastano con il diritto dell’Unione europea, che nella gerarchia delle fonti normative è sovraordinato alla legge ordinaria italiana. La Direttiva 98 del 2011, in vigore in Italia dal 25 dicembre 2013, impone agli Stati membri di equiparare cittadini dell’unione e cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti ai fini dell’accesso alle prestazioni sociali.

Prima di aspettare che l’Unione apra un’infrazione contro l’Italia le amministrazioni comunali che pubblicano questi bandi hanno il potere, e secondo la Corte costituzionale hanno il dovere, di fare semplicemente una cosa: disapplicare le leggi italiane discriminatorie quando in contrasto con le Direttive europee. Altrimenti l’unica strada che rimane al cittadino per vedere rispettato un proprio diritto è quello di presentare la domanda di prestazione sociale, ottenere un rifiuto e presentare ricorso. Sono già diversi i Tribunali che si stanno pronunciando in favore dei cittadini non comunitari perché discriminati.

Tratto da “Città Meticcia”, dicembre 2014

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Francesco Bernabini

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