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Le Mutilazione Genitali Femminili. Un problema ancora in cerca di soluzione

Le Mutilazione Genitali Femminili. Un problema ancora in cerca di soluzione
giugno 30
16:03 2014

Si sono svolte il 13 e il 21 giugno scorsi le 2 giornate di seminari, promosse dall’Ufficio Pari Opportunità della Provincia di Rimini insieme alla Regione Emilia Romagna, che hanno consentito di approfondire gli aspetti culturali, sociologici, sanitari e giuridici della Mutilazione dei Genitali Femminili. Tra i relatori anche l’avvocato riminese Paola Urbinati che ha parlato della normativa di riferimento a tutela delle vittime di mgf e che racconta il resoconto della due giorni.

La pratica delle mutilazioni genitali femminili costituisce una realtà molto complessa, di matrice antichissima, diffusa in molte zone dell’Africa, e che ha ragioni culturali, di appartenenza al gruppo, di identificazione di genere, ma soprattutto di controllo sulla donna, sulla sua sessualità e sul suo diritto di autodeterminarsi e vivere la propria vita in condizioni normali e sane. Una pratica dalle conseguenze terribili, fisiche ma ancora di più psicologiche, e con la quale siamo ancora chiamati a “fare i conti”, in quanto ne sono vittime donne e bambine che sono giunte con i flussi migratori e che vivono in Italia.
Per quanto la pratica delle mutilazioni genitali femminili ci sembri barbara e primitiva, il passato dell’uomo ha consuetudini di incredibile forza, che ancora oggi resistono e persistono, e contro la quale è importante trovare le parole giuste per coloro che la ritengono necessaria o utile per le proprie figlie e le misure per tutelare le vittime.
L’Ufficio Pari Opportunità della Provincia di Rimini sta promuovendo e sviluppando, insieme alla Regione Emilia Romagna, un Progetto per il contrasto al Fenomeno delle Mutilazioni Genitali Femminili, ed in questo ambito ha organizzato 2 giornate di seminari, che si sono svolti nei giorni 13 e 21 giugno 2014, e che hanno consentito di approfondire gli aspetti culturali, sociologici, sanitari e giuridici.

Ai seminari, introdotti dalla Consigliera Delegata per le Pari Opportunità della Provincia di Rimini Leonina Grossi, e dall’Assessore Nadia Rossi, erano presenti molti operatori e professionisti, mentre sono intervenuti come relatori (nella seconda giornata) il Dott. Domenico Samorani, che ha trattato le implicazioni cliniche, portando anche la sua testimonianza di medico “sul campo” in alcuni ospedali africani, e la Dott.ssa Clara Caldera, della Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo (AIDOS) che ha approfondito il problema dal punto di vista sociologico, spiegando i possibili approcci per arrestare la pratica nei Paesi Africani di origine.

Trattandosi infatti di una consuetudine avente una forte valenza di appartenenza al gruppo tribale, nonchè condizione indispensabile per una donna per sentirsi adulta e per poter trovare un marito, è molto difficile farla abbandonare. Purtroppo anche chi la subisce è spesso convinto della sua utilità, e del fatto che ribellarsi ad essa comporti condanna e isolamento sociale, danni insormontabili per chi vive in piccoli contesti.
I relatori hanno messo in luce che la via giusta non è la semplice spiegazione razionale delle conseguenze, dei danni fisici, delle possibili infezioni, o delle conseguenze in caso di parto, ma è necessario intervenire sulla cultura e sulle convinzioni più profonde, trovando il modo di comunicare con lo stesso linguaggio “ancestrale” delle tradizioni e del motivo per cui, ad un certo punto, possano e debbano essere abbandonate.

Dal punto di vista giuridico, sono molte le norme intervenute per contrastare il fenomeno, dallaConvenzione sull’eliminazione di ogni discriminazione contro le donne del 1979, alla Carta Africana dei Diritti dell’Uomo del 1981, a Risoluzioni e Leggi adottate dal Parlamento Europeo e dai vari Stati.
In Italia una presa di posizione specifica si è avuta con la Legge n.7 del 9 gennaio 2006, recante “Disposizioni concernenti la prevenzione ed il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile”, la quale cerca di disciplinare tutta la materia e quindi contiene norme per favorire la prevenzione, l’informazione e la formazione del personale medico, la raccolta di dati, il collegamento tra le istituzioni. Sono queste le principali azioni da intraprendere per evitare che le donne, ma soprattutto le bambine ancora in tenera età, possano subire questa pratica.
Altrettanto importanti le norme penali di repressione introdotte dalla legge per punire chi compie tali azioni: l’art.583 bis del codice penale che punisce con la reclusione fino a 12 anni chi causa questo tipo di lesione, indipendentemente dal fatto che la vittima venga portata all’estero per sottoporla alla mutilazione e l’art.583 ter del codice penale che prevede sanzioni specifiche per il personale medico.

Queste norme sono di grande importanza, perchè hanno sicuramente come conseguenza quella di portare anche all’attenzione degli organi di polizia e della magistratura un fenomeno da punire con la massima severità. A lato pratico però il successo maggiore si avrà se si riuscirà ad evitare che venga messo in pratica, piuttosto che punire i colpevoli quando ormai il fatto sarà avvenuto.

Avv. Paola Urbinati

 

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Stefano Rossini

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