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Addio a Mandiaye N’Diaye un favoloso africano

Addio a Mandiaye N’Diaye un favoloso africano
giugno 10
19:18 2014

In queste ore molti a Ravenna, e in altri luoghi dell’Emilia Romagna, dove era emigrato come “vu cumprà“ dal Senegal per poi diventare attore e cantore della sua Africa e del suo riscatto, piangono la scomparsa di Mandiaye N’Diaye. Il cantastorie e l’arlecchino nero del Teatro delle Albe che profetizzava il meticciato culturale e civile. Naturalmente lo piangono nel suo villaggio, Diol Kadd, dove dopo l’esperienza di attore in Italia era tornato nella sua famiglia e fra la sua gente. Era tornato non solo per intraprendere progetti di solidarietà e di ausilio materiale per la sua comunità ma aveva fondato anche un teatro, il Takku Ligey Théâtre e costituito una compagnia di attori e musicisti. Un malore se l’è portato via che non aveva ancora cinquant’anni e stava per tornare in Italia e debuttare con il suo nuovo spettacolo, “Opera Lamb”, al Ravenna Festival, a fine giugno, nell’ambito del progetto europeo New African Talents.

Ad annunciare la sua morte, domenica 8 giugno scorso, è stata con una serie di messaggi inviati via mail Margherita Tassi del Takku Ligey Théâtre. «Ci lascia in eredità la sua forza – ha scritto –, il suo coraggio, la sua poesia, il suo sconfinato amore per l’arte e il teatro. Diceva sempre “la forza più grande è quella delle idee” ed è questo che ha reso grande ogni sua opera, che lo ha portato ogni giorno e senza sosta alla creazione di nuovi mondi. Chiediamo ad ognuno di poterlo ricordare con affetto e di onorarlo, da vicino o da lontano, con una frase, un pensiero, una pièce, un respiro». Ad accogliere l’appello in primis è Franco Belletti, coordinatore per il Ravenna Festival del progetto New African Talents. Pubblichiamo il suo toccante ricordo: «“A sit cuntent ?”. “Se a so propri cuntent” mi ha risposto. Eravamo a Diol Kadd, in dicembre durante una caldissima e bellissima giornata di spettacoli e incontri. Tutto si stava mettendo per il meglio: un’ultima riunione per Opera Lamb e noi eravamo pronti a ritornare e poi accogliere lo spettacolo a Ravenna. L’ultimo abbraccio a Maputo un mese fa, l’ultima telefonata ieri sera (sabato 7 giugno, ndr) da migliaia di chilometri, ma come fosse qui, un amico al mio fianco. Un amico visionario e pragmatico come un romagnolo, ma con l’energia e la tenacia d’Africa. “La forza più grande è quella delle idee” e nelle idee Mandiaye ci ha messo intelligenza e coraggio senza sosta, ogni giorno. Fino all’ultimo. Fino ad oggi».

 

(ravennaedintorni.it)

Alcune note biografiche della vita artistica di Mandiyae N’Diaye

Nel 1989 entra a far parte del Teatro delle Albe e da allora diventa “colonna” africana della compagnia. Partecipa agli spettacoli Ruh, Romagna più Africa uguale, Lunga vita all’abero, Siamo asini o pedanti?, I Refrattari, All’inferno!, scritti e diretti da Marco Martinelli. E’ inoltre in scena in Nessuno può coprire l’ombra, scritto da Marco Martinelli e Saidou Moussa Ba, e ne I ventidue infortuni di Mor Arlecchino, ispirato ad un canovaccio di Carlo Goldoni, scritto da Marco Martinelli e diretto da Michele Sambin.

Nel 1990 è autore-attore dello spettacolo Le due calebasse che trae spunto da fiabe di tradizione africana.

Nel 1993 è autore-attore, insieme a Luigi Dadina, di Griot Fulêr. Il testo dello spettacolo è pubblicato dalla casa editrice AIEP Guaraldi.

Nel 1998 è Pedar Ubu ne I Polacchi, lavoro scritto e diretto da Marco Martinelli, ispirato all’Ubu re di Alfred Jarry. La sua interpretazione è definita dalla critica “sapientemente grottesca”. Lo spettacolo raccoglie un successo internazionale da Stoccolma a Caen, da Teheran a Belgrado, da Lisbona a Berlino.

Nel 1999 è protagonista dello spettacolo Vita e conversione di Cheikh Ibrahim Fall, una produzione Ravenna Festival, di cui è co-autore assieme a Marco Martinelli.

Nel 2002 interpreta il ruolo di Oberon nel Sogno di una notte di mezza estate di Marco Martinelli. Tra maggio e giugno 2005 insieme a Marco Martinelli, Ermanna Montanari, Maurizio Lupinelli è a Chicago per cinque settimane con un intenso programma di spettacoli e laboratori. Cuore del progetto, il lavoro con un gruppo di studenti africani della Senn School, volto all’allestimento di una nuova versione de I Polacchi. Al fianco dei tre attori protagonisti, un coro di dieci adolescenti provenienti dalla Nigeria, dal Sudan, dall’Etiopia, dall’Eritrea, dal Camerun e da Haiti. Il progetto ha visto uniti nel sostegno enti pubblici e privati sia italiani che statunitensi.

Nel gennaio 2007 è Pedar Ubu nello spettacolo Ubu buur, reinvenzione dell’Ubu re di Alfred Jarry con un coro di adolescenti senegalesi di Diol Kadd, suo villaggio natale. Il lavoro, nato in Senegal, debutta in sede europea al Festival des Francophonies di Limoges (Francia), che lo ha anche coprodotto, e in prima nazionale al Teatro Festival Italia di Napoli, e a VIE Scena Contemporanea Festival di Modena, nell’autunno 2007.

Nel 1994 Mandiaye N’Diaye fonda a Dio Kadd, insieme ad alcuni giovani del villaggio e con la collaborazione del sociologo di Reggio Emilia Claudio Cernesi, l’associazione Takku Ligey (“darsi da fare insieme”): L’associazione nasce con la precisa volontà di realizzare attività socio culturali e creare un’alternativa di lavoro e di vita nel villaggio. Tra il 2001 e il 2002 collabora con l’Associazione segalese Man Keneenki, diretta da Jean-Michel Bruyère, che coniuga il destino dei ragazzi di strada di Dakar con quelli di artisti teatrali e circensi, da cui essi apprendono esperienza per sviluppare il proprio talento artistico.

Nel 2003 Mandiaye N’Diaye e l’Associazione Takku Ligey elaborano insieme a Gianguido Palumbo, consulente in Cooperazione Internazionale, il Progetto delle 3T Terra-Turismo-Teatro per il programma MIDA (Migration Developement Africa) finanziato dal Ministero Affari Esteri Italiano in collaborazione con OIM (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni).

Nel 2003 Mandiaye N’Diaye coinvolge lo scrittore-regista Gianni Celati nella nascita di uno spettacolo teatrale a Diol Kadd. Il lavoro, tratto dal Ploutos di Aristofane, vede la partecipazione di 150 abitanti di tutte le età e la realizzazione di un DocuFilm, presentato in Italia nel 2006 al Festival Internazionale delle culture migranti della Provincia di Lecce NEGROAMARO. Mandiaye N’Diaye partecipa inoltre a numerosi convegni in Italia e all’estero testimoniando la fecondità del dialogo tra culture diverse. In campo cinematografico partecipa ai film La casa del sorriso di Marco Ferreri (1990) e La vita in gioco di Giuseppe Bertolucci (1992).

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1 Comment

  1. carlo de leonardo
    carlo de leonardo giugno 11, 06:13

    sono carlo il tuo grande amico tu mi hai fatto sorridere in questi anni io ti accolgo con le praccia aperte per me eri di piu di un fradello

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