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Cécile Kyenge: ecco perché vado in Europa

Cécile Kyenge: ecco perché vado in Europa
maggio 20
10:10 2014

Lo scorso 11 e 12 maggio due naufragi tra Italia e Libia hanno causato la morte di oltre 50 persone. Nei giorni successivi Italia ed Europa si sono rimpallati le responsabilità. L’Italia dice di essere lasciata sola, mentre l’Europa accusa l’inattività della politica italiana. Lo scorso 3 ottobre 2013 furono oltre 400 i morti nei pressi delle coste lampedusane. Anche allora le polemiche furono aspre per qualche giorno, poi le onde del mare si calmano e ci si dimentica di tutto. Almeno da questa parte del confine, nella Fortezza Europa, come l’ha ben definita il giornalista freelance Gabriele del Grande, dove, nonostante tutto, xenofobia e razzismo sono in aumento.

Non dall’altra parte. Non dai paesi in guerra, né dalla fame. I flussi migratori non sono più emergenze, ma stabili movimenti di popoli.Abbiamo chiesto quali possono essere le prospettive e le nuove politiche Europee nei riguardi di accoglienza, migrazione e integrazione all’onorevole Cécile Kyenge, ministro dell’integrazione dello scorso governo del Premier Letta.

 

Onorevole Kyenge, come mai ha deciso di candidarsi in Europa? E in che modo la politica europea può aiutare l’Italia nell’accoglienza e nell’integrazione?

In questo periodo in cui la sfiducia e la paura prendono il sopravvento, in cui diventa sempre più necessario trovare strutture e luoghi in cui si prendono decisioni in comune che possono aiutare tutti, trovo che sia fondamentale candidarsi in Europa.

E’ necessario però spingere per un Europa nuova e diversa, una federazione di nazioni in cui ogni paese è sovrano. Negli ultimi anni l’Europa si è concentrata solo su finanza e rigore, perdendo di vista lo stato sociale e una nuova coesione sociale. È chiaro che così non basta, possiamo cambiare da dentro. Dobbiamo essere lì per farlo.

 

Cosa funziona e cosa no, secondo lei, nelle politiche di accoglienza italiane ed europee, e cosa si può fare per migliorare

La politica sui flussi e la gestione dell’asilo devono essere fatti non in ogni paese diversamente, ma come politica comunitaria. Dev’esserci un confronto tra i paesi sulla base dei criteri condivisi, ma gli standard di accoglienza devono rispettare diritti umani e la persona. Stabilire con precisione le responsabilità dell’Europa e quella del territorio. Ma questo va al di fuori del discorso del salvataggio. Il salvataggio è un obbligo di ogni persona. Non possiamo lasciare morire le persone. Le persone vanno salvate e poi dopo mettiamo in atto le politiche.

Inoltre è urgente mettere in rete tutte le possibilità e le strutture che sono a disposizione per fare coordinamento dell’accoglienza. Ma anche le famiglie possono aiutare. Una famiglia che gestisce un’accoglienza diventa un elemento attivo e riceve una risorsa economica, mentre chi arriva entra in un’ottica di solidarietà.

 

Una nuova tragedia, purtroppo tra le tante, si è verificata nel Mediterraneo negli scorsi giorni. Italia ed Europa si rimpallano le responsabilità. Alfano afferma che l’Italia non può diventare un carcere per gli immigrati e anche Renzi punta il dito contro le politiche Europee. Il commissario Cecilia Malmstrom sostiene che l’Italia non ha risposto agli appelli dell’Europa.

Tra l’altro il ministro della difesa Roberta Pinotti chiede il trasferimento della sede di Frontex ( l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli stati membri dell’Ue) da Varsavia in Italia, e su Frontex si accumulano molte polemiche. Può l’Italia proseguire da sola? E’ davvero da sola o è a causa di errori e leggerezze politiche italiane che l’Europa non riesce ad intervenire? E ancora, oltre all’Italia e all’Europa, cosa può fare l’Europa in Nord Africa, luogo da cui avvengono gli sbarchi e cosa nei paesi da cui fuggono i richiedenti asilo come Somalia ed Eritrea?

Frontex non può continuare ad esercitare solo una politica di sicurezza, su questo siamo tutti convinti. Non può esercitare solo il controllo delle coste ma senza operazioni di salvataggio. Da questo punto, l’operazione Mare Nostrum è stata un valore aggiunto e ha mostrato che le persone possono e devono essere salvate.

Poi il compito di un politico è anche quello di dire come possiamo fare, in che modo, ma non di fronte ad una persona in pericolo.

E’ necessario avere una politica di prevenzione che va riportata a livello europeo. Non si può più prescindere da una forte politica estera comunitaria, e una forte cooperazione internazionale allo sviluppo che ci permetta di rivedere il sistema dei rapporti bilaterali con gli altri paesi, ma solo con i paesi che rispettano i diritti umani.

Dobbiamo imporci la qualità degli accordi. Fare gli accordi entra nella protezione del diritto umano. Farlo dove la persona non corre pericolo e nei paesi di transito e rivedere anche il sistema del visto.

Mi piacerebbe avere dei corridoi umanitari, in modo che le persone possano scegliere dove andare e raggiungere i parenti e anche fare come ha fatto il Canada che ha orientato i flussi sulla base di esigenze interne.

 

Cosa deve fare l’Europa dal punto di vista internazionale?

Rivedere il sistema dei visti, creare corridoi umanitari sulla base di accordi bilaterali umanitari con altri paesi. La cooperazione internazionale allo sviluppo può fare entrare un migrante nel sistema e attivare l’immigrazione circolare. In pratica il migrante sceglie dove andare e può anche tornare nel proprio paese, grazie ad un sistema che lo aiuta e lo protegge e che non lo lascia in balia del caso e dei capricci politici. Non dimentichiamo che la maggior parte delle persone che arrivano sulle nostre coste, sono uomini e donne che scappano dalle guerre e che chiedono asilo.

Non dimentichiamoci che l’Europa ha vinto il Premio Nobel per la pace e può rivalorizzare i valori fondanti di democrazia e uguaglianza, accompagnando – e non sostituendo – i paesi verso uno stato di democrazia, di pace e di stabilità.

 

L’Europa non sta rischiando di trasformarsi in un carcere, in una fortezza con muri, recinti, centri di detenzione e sistemi di espulsione sempre più efficienti, a fronte di un mondo che invece chiede libertà di spostamento e soprattutto di redistribuzione dei beni? Secondo Claire Rodier in un’intervista a Corriere Immigrazione, “I costi in termini di vite umane di queste politiche sono sproporzionati rispetto agli obiettivi e ai risultati ottenuti”. Quali nuove politiche si possono adottare?

L’Europa ha perso di vista le cose importanti. Uno dei motivi per cui ho deciso di candidarmi è che andare in Europa mi permette di uscire dal localismo e di avere un’ottica più internazionale. Abbiamo perso tante occasioni. L’Europa si è occupata di politica di rigore e ha dimenticato i valori fondanti della sua società.

Per me essere in Europa significa riuscire a ri-orientare le risposte. Ci siamo concentrati troppo sui costi sulla chiusura, senza guardare la qualità e i risultati, confondendo sicurezza e legalità.

Partiamo dal presupposto che la sicurezza è un diritto per tutti, però oggi è chiaro a tutti che non solo i costi sono sproporzionati, ma che è meno costoso fare una politica inclusiva invece che repressiva.

Ne è un esempio il costo dei centri identificazione ed espulsione (Cie) che si aggira attorno ai 200 milioni all’anno per 13 centri, tutto per espellere circa il 2, 3 per cento di persone che, secondo la legge, va rimandato a casa.

Abbiamo costi altissimi per mettere in moto il reato di clandestinità tra fascicoli e tribunali. Le persone vengono arrestate dopo essere state salvate, e poi chiediamo loro delle multe, attorno ai 5000 euro.

Se noi riusciamo ad utilizzare quei fondi in modo diverso possiamo fare una politica di qualità, cambiare le priorità e mettere la persona al centro.

 

Quali sono i suoi sentimenti da ex ministra all’integrazione sulla percezione dell’immigrazione in Italia oggi? Da ex ministra quale il suo più grande rimpianto? Suo più grande successo?

Prima di tutto bisogna riconoscere che la decisione di istituire il ministero dell’integrazione dal Premier Letta è stata una scelta lungimirante, perché ha spostato l’attenzione dalle politiche legate alla sicurezza a quello che può essere il futuro, orientato verso l’integrazione.

Ci fa capire che il flusso migratorio non è transitorio temporaneo, è stabile e come tale va guardato, e se io riconosco questo allora devo parlare di integrazione, di territorio, perché non è più una politica emergenziale, nata da un’ottica di sicurezza. Le famiglie si stabiliscono e nascono i figli.

Proprio per questa fu una scelta geniale. Oltre ad aver messo una persona nata in un altro paese e diventata una cittadina italiana. Il ministero era una foto del paese cambiato, per mostrare tutte le sfaccettature della nostra società: i nuovi cittadini e i vecchi che vivono in un unico disegno, quello di una cittadinanza più coesa. Questo mi ha spinto a condividere questa scelta e mi ci sono buttata pienamente.

Rimpianto diretti non ne ho, anche se è necessario uscire da questa eterna campagna elettorale. Essere al governo vuol dire avere la possibilità di cominciare un lavoro e portarlo a termine. Io ho panificato il mio lavoro come se dovesse durare 5 anni. Ho cercato di portare l’integrazione nel dibattito pubblico, senza pensare alla rielezione.

Anche se non siamo arrivati alla riforma, adesso, però, di integrazione si parla, si ha la consapevolezza della questione all’interno della società. Anche chi non è d’accordo affronta e discute il problema.

Oggi ci stiamo avviando verso una riforma perché indietro non si può più tornare.

 

Una domanda personale: qual è stata la sua personale esperienza di integrazione in Italia?

Per me è stata difficile, molto difficile ma la ritengo un’esperienza positiva. Perché è quella che mi ha rafforzato, anche adesso che sto facendo politica, nel mio percorso nell’integrazione ma anche nella consapevolezza.

Si criticano spesso le persone, quando chiedono di prendere una cittadinanza, come se fosse solo una questione burocratica, quando invece è un lungo percorso interiore anche spirituale.

Spesso chi si trova in questa condizione all’inizio ha la sensazione di aver traditola propria cultura, ma non è così, perché quando una persona si innamora di un paese, si riconosce in quei valori: la sua è un’identità ricca di valori che si porta dietro a cui si sommano quelli del paese di accoglienza.

La mia è stata una scelta di consapevolezza. Ora questa è la mia terra, ma sono collegata ad un passato che non posso lasciare e un futuro che sarà quello dei miei figli per cui questo è il paese.

Come genitore bisogna fare questo.

Il futuro sarà nelle seconde generazioni, e come tale bisogna lasciare strumenti giusti, perché saranno loro a portare avanti questi valori.

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Stefano Rossini

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