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L’Appennino si intreccia di musica e letteratura della migrazione

L’Appennino si intreccia di musica e letteratura della migrazione
aprile 10
02:52 2014

Sabato 29 Marzo scorso ha preso avvio presso la Biblioteca Comunale di Vergato, la quarta edizione della rassegna di letteratura “intrecci”. Nell’improvviso silenzio lasciato dal bandonéon di Carlo Maver e dal sax di Claudio  Carboni, Laura Pariani ospite di questa prima tappa inizia leggendo uno dei brani che chiude Il piatto dell’angelo. E’ il racconto della partenza del transatlantico Augustus dal porto di Genova verso l’Argentina, la “terra maledetta” che a sua madre aveva rubato il padre. Laura Pariani aveva quindici anni: “ Non mi rendevo ancora conto che stavo ripetendo in quel momento il passo che prima di me avevano compiuto tutti coloro che erano partiti cercando la Merica”. Inizia così, conquistando con la sua voce roca abituata alle letture pubbliche, con un accento un po’ piemontese, un po’ lombardo e un po’ argentino. Si schernisce quando  le viene chiesto quale rapporto ci sia  tra la scrittura e l’autobiografia. Ma si capisce benissimo che quel primo viaggio ha cambiato per sempre la sua vita, le ha lasciato segni nel corpo e nell’accento, nel bisogno di scrivere e raccontare le storie di chi è partito, nella capacità di ascoltare e ricevere le storie di chi è rimasto. Ma il personale è politico,  aveva detto qualche minuto primo.

Il piatto dell’angelo è infatti costruito su una storia contemporanea, Marina e Piero, turisti benestanti in viaggio in Bolivia, cui sono stati affidati dei doni dalla badante della madre di lui, Lita, per le figlie Alicia e Carmen Rosa. Marina e Piero all’arrivo si troveranno in una situazione inattesa, fuori dalle traiettorie turistiche patinate e preconfezionate: reagiranno in modi diversi, perché “anche dai viaggi turistici si può imparare qualcosa, ma ci sono persone che non imparano mai”. Questo è il compito di questa storia che fa da filo conduttore al Piatto dell’angelo e cui fanno da canto e controcanto le voci di ieri, di chi è partito “l’Antonio, il Vittore, il Renato, il Cesare” e le voci di oggi, di chi arriva dalla Bolivia o dal Perù, “Gladys, Lita, Celia, Raymunda, Suzana” a fare la badante e la donna delle pulizie, in situazioni difficilissime, vicino alla morte e alla vecchiaia. Queste due umanità, quelle di ieri e quelle di oggi, accomunate e unite dall’emigrazione che “ha sempre un altro nome, più preciso, più duro: si chiama abbandono, separazione, lacerazione” di famiglie e affetti.

Chi parte è pieno di speranze e aspettative, è forte e combattivo, ma chi resta, figli, mariti o mogli, fratelli o genitori, vive l’abbandono e come un altarino apparecchia un piatto per l’assente nei giorni di festa, il piatto dell’angelo, appunto.

Giulia Gadaleta

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